Il lungo viaggio di Mosè tra lavoro, famiglia e radici ritrovate con noi del Molino De Vita.
Il prossimo 28 febbraio segnerà la fine di un’epoca per noi del Molino De Vita. Said Mohsen, da tutti conosciuto come Mosè, lascerà il suo amato lavoro nel nostro molino, chiudendo un cerchio iniziato più di trent’anni fa. Ma una storia come la sua non si chiude davvero, si trasforma, si sedimenta nel terreno che ha coltivato, nelle mura che ha contribuito a costruire, nei chicchi di grano che ha visto nascere, crescere e diventare farina.
Era il 1991 quando Mosè arrivò qui, in un angolo di terra battuta dal sole, con l’eco di un’idea che si faceva sogno: un molino, un progetto, un futuro da costruire. Era venuto per lavorare nei campi, forte di un’esperienza che lo aveva già portato in Francia. Arrivò per il legame di sangue con un cognato, ma qui trovò una famiglia che ancora non sapeva di avere. Noi lo cercavamo, anche senza saperlo: una presenza discreta e instancabile, capace di ascoltare la terra e chi la lavora, di capire senza bisogno di troppe parole.
Prima nei campi, poi a fare da guardiano, Mosè divenne l’ombra fedele del nostro mondo in costruzione. Non era solo un lavoro: era fiducia. Con il tempo, fece venire la moglie, Jarray Rachida, e il loro primogenito, Mouadh. Poi la loro casa si allargò, e qui nacquero Omar, Kalede e Zohra. L’azienda divenne il loro nido, il loro orizzonte. Oggi anche uno dei figli lavora nei campi, e la famiglia Mohsen veglia ancora su queste terre, come ha sempre fatto.
Ma il destino di Mosè non si è fermato all’agricoltura. Quando il sogno del molino prese forma, lui c’era, con le mani sporche di polvere e di futuro. Aiutò a costruirlo, pezzo dopo pezzo, fino a diventare il custode silenzioso del suo cuore pulsante: il magazzino.
Per anni ha seguito il grano che entrava ed usciva, gli occhi vigili sul frutto di una fatica condivisa. Ha visto il Molino crescere, ha visto la nostra famiglia e la sua intrecciarsi come spighe nella brezza estiva. "Quando è arrivato Mosè, io ero all’università", racconta Nicola De Vita, "e lui è stato l’unica spalla accanto a mio padre Vincenzo. Le nostre famiglie si sono mescolate come il grano nel vento. Noi abbiamo visto crescere i suoi figli, loro hanno visto crescere i nostri. Ci siamo scambiati saperi e sapori: io amo il cous cous, lui si è innamorato dei nostri piatti tradizionali".
Anche oggi, mentre Mosè si prepara a chiudere questo lungo capitolo di vita, il legame che ci unisce resta indissolubile. Il 28 febbraio Mosè andrà in meritata pensione, qui in Italia, in Puglia, sui Monti Dauni, la terra che è diventata la sua seconda casa. Perché non si tratta solo di lavoro, non si tratta solo di integrazione: si tratta di appartenenza. In un mondo che troppo spesso si perde in parole, noi l’abbiamo sempre vissuta nel quotidiano, nelle mani che si tendono, nei passi che si affiancano senza bisogno di proclami.
Il 28 febbraio Mosè lascerà il suo posto, ma il suo respiro resterà tra queste mura. Ogni chicco di grano che scivolerà tra le dita nei prossimi anni porterà con sé il segno della sua presenza. Perché certe storie non si archiviano, si custodiscono. E Mosè resterà sempre parte del nostro viaggio, come il vento tra le spighe, come il sole che scalda la terra in attesa di una nuova stagione.